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MARIELLA BOGLIACINO

 

 

 

PERCORSI 

 

 

 

a cura di Riccardo Dellaferrera

 

15/09/26 - 31/10/2026 

Specht Residenzen 

Torino, corso Palestro 5  

x locandina mariella bogliacino la rosa - ciclo afrodite 98 tecniche miste su tela - cm 80x80 sat.jpeg

 

La vera sfida è il bene comune

 

Il linguaggio artistico di Mariella Bogliacino costituisce una risorsa per chi cerca nell’arte non soltanto un’esperienza estetica, ma una possibilità di interrogare il presente, di attraversarne le contraddizioni e di salvaguardare, attraverso lo sguardo, una dimensione etica dell’esistenza.

Swann Art Gallery e Specht Residenzen presentano PERCORSI, mostra che riunisce alcuni dei cicli fondamentali di una ricerca che, nell’arco di circa quarant’anni, non ha mai smesso di confrontarsi con il proprio tempo. Non si tratta dunque soltanto di ripercorrere una lunga esperienza artistica, ma di riconoscere, attraverso opere appartenenti a momenti e linguaggi differenti, la persistenza di una domanda: come può l’individuo continuare a essere umano all’interno di una società che sembra progressivamente perdere la misura dell’umano?

È forse a partire da questa domanda che acquista significato il sottotitolo di questa presentazione: la vera sfida è il bene comune.

L’intera parabola artistica di Bogliacino nasce infatti da uno studio costante e rigoroso del presente, delle sue tensioni sociali e politiche, delle sue contraddizioni più profonde. Il tempo storico non è per lei uno sfondo neutro, ma una materia viva da attraversare, rielaborare e trasformare. Guerre, violenze, ingiustizie, disuguaglianze, sfruttamento dell’ambiente e progressiva subordinazione dell’esistenza alle logiche economiche non vengono assunti come temi esterni alla pittura: entrano direttamente nel suo linguaggio e ne determinano la necessità.

Da qui nasce anche l’urgenza di una pittura fortemente materica, spesso affidata a tecniche miste, nella quale colore, gesto e segno diventano strumenti di una conoscenza che passa attraverso il corpo e la sensibilità prima ancora che attraverso una razionalità astratta. La materia pittorica viene spinta fino ai limiti della bidimensionalità tradizionale, caricandosi di spessori, rilievi, increspature, stratificazioni. La superficie sembra non essere più sufficiente: la pittura tende a farsi corpo.

Ed è proprio il corpo uno dei luoghi fondamentali della ricerca di Bogliacino. Un corpo concreto, vulnerabile, finito, attraversato da forze vitali e distruttive; un corpo che non può essere separato dalla dimensione sociale e politica dell’esistenza. La materia non è quindi una scelta puramente formale: è il punto in cui il pensiero si incarna, in cui la riflessione sulla condizione umana diventa gesto, peso, resistenza, ferita.

La storia e il mito, e in particolare la cultura greca classica, costituiscono in questo percorso un altro strumento essenziale. Non vengono mai assunti come repertorio nostalgico o come citazione erudita, ma come forme ancora attive attraverso cui interrogare il presente. Il mito permette infatti di oltrepassare la contingenza senza negarla, restituendo alle vicende contemporanee una dimensione archetipica.

Nel ciclo dedicato ad Afrodite, e in modo ancora più emblematico ne Il ventre di Afrodite, il mito diventa lo spazio simbolico nel quale si concentra la tragedia di un’umanità incapace di spezzare le proprie catene di odio e violenza. La figura della dea dell’amore e della generazione non rimanda semplicemente alla bellezza, ma alla possibilità stessa della vita e della sua rigenerazione.

Le ferite della storia antica e quelle della storia contemporanea sembrano così coincidere. Nel ciclo Ferite, questa coincidenza diventa fisicamente percepibile: la superficie è incisa, lacerata, stratificata. La pittura assume quasi la forma di una pelle sulla quale la storia ha lasciato le proprie tracce. Il dolore individuale si apre così a una dimensione collettiva: ciò che accade all’altro non può essere considerato estraneo alla nostra stessa esistenza.

Nel ciclo Vulcani, invece, la materia della terra — magma, colata, materia incandescente — diventa metafora di una forza primordiale che contiene tanto la possibilità della generazione quanto quella della distruzione. La natura e l’uomo sembrano qui appartenere allo stesso processo, mentre la civiltà contemporanea appare sempre più incapace di riconoscere il limite delle proprie pretese di dominio.

È in questa prospettiva che la critica di Bogliacino investe anche il modello economico e sociale contemporaneo. La promessa moderna secondo cui il benessere dell’individuo avrebbe prodotto automaticamente il benessere della collettività sembra oggi entrare definitivamente in crisi. Le interdipendenze che caratterizzano il nostro tempo lo dimostrano con evidenza: una crisi sanitaria può attraversare il pianeta in pochi giorni; una crisi finanziaria può propagarsi istantaneamente; una guerra può produrre conseguenze energetiche ed economiche su scala globale; le trasformazioni climatiche modificano il rapporto di intere popolazioni con il territorio; i flussi migratori sono spesso l’esito complesso e intrecciato di tutte queste condizioni.

L’individuo non è dunque più pensabile come un’entità separata. La nostra libertà, la nostra sicurezza e persino la nostra possibilità di esistenza dipendono da sistemi di relazioni che ci precedono e ci comprendono.

È qui che la nozione di bene comune assume una dimensione radicalmente etica. Non significa semplicemente ciò che appartiene a tutti, ma ciò di cui tutti siamo reciprocamente responsabili: la pace, l’aria che respiriamo, l’ambiente, le condizioni economiche e sociali che rendono possibile una vita dignitosa, la possibilità di generare e crescere nuove vite, la relazione con l’altro e con l’ospite, la costruzione di una socialità non fondata sull’esclusione.

L’arte di Bogliacino sembra allora suggerire un’inversione di prospettiva: abbiamo costruito una società nella quale le azioni individuali vengono considerate il punto di partenza, mentre sempre più evidente appare la necessità di costruire innanzitutto il contesto collettivo nel quale quelle individualità possano realmente esprimersi.

È in questo senso che il termine “Artivismo”, utilizzato da alcuni critici per definire la sua ricerca, può essere assunto non come semplice etichetta, ma come indicazione di una precisa posizione culturale. L’arte non si limita a rappresentare il mondo: può diventare uno spazio di resistenza, di interrogazione e di responsabilità. Non necessariamente perché debba fornire soluzioni, ma perché può modificare il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda e, soprattutto, ciò che rischiamo di non vedere più.

Anche il ciclo A-Mare sembra muoversi in questa direzione. La “A”, prima lettera dell’alfabeto, assume un valore originario: un inizio, un primo movimento, quasi un gesto inaugurale. Ma il logos che emerge da queste opere non è quello di una ragione che pretende di dominare e classificare il reale. È piuttosto una ragione che accetta di confrontarsi con la sensibilità, con la memoria, con la creatività e con la complessità dell’esperienza: l’essenza dell’arte.

Una fiducia, forse ostinata, nella possibilità che l’intelligenza umana non debba necessariamente tradursi in dominio, ma possa diventare orientamento.

E proprio per questo la ricerca di Bogliacino, pur confrontandosi continuamente con la tragedia del presente, non è una ricerca disfattista. Attraversare il dolore non significa celebrarlo né arrendersi ad esso. Significa riconoscerlo per poter immaginare una trasformazione.

I simboli che attraversano i suoi cicli — Afrodite, le rose, le colombe, i delfini, il mare, il vulcano — non sono reliquie di un mondo perduto. Sono ancora possibilità. Sono immagini attraverso cui una cultura antichissima continua a porci domande fondamentali: cosa significa vivere insieme? Quale rapporto possiamo stabilire con la natura? Che cosa significa generare, amare, ospitare, proteggere? E soprattutto: quale idea di uomo vogliamo ancora difendere?

In questa prospettiva, PERCORSI non è soltanto una mostra antologica. È un attraversamento della ricerca di Mariella Bogliacino e, contemporaneamente, un invito rivolto allo spettatore a compiere il proprio percorso di consapevolezza.

Dalla materia al corpo, dal corpo alla storia, dalla storia alla responsabilità collettiva, le opere sembrano costruire una traiettoria nella quale l’estetica non può più essere separata dall’etica.

La vera sfida, allora, non è soltanto comprendere il mondo nel quale viviamo. È comprendere che il mondo che condividiamo è anche la nostra responsabilità. La vera sfida è il bene comune.


 

Riccardo Dellaferrera, settembre 2026