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STEFANO GRECO

 

 

 

OPERA AL NERO

atto secondo 

 

 

 

a cura di Mario D'Amato

 

 

15/10/26 - 14/11/2026

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Il nero, enfant terrible

 

Opera al nero - Primo Atto, la curiosa idea di una commedia dell’arte, venne presentata dall’eclettico artista Stefano Greco il 12 settembre del 1998 nella Sala Mostre del Palazzo municipale della Città San Mauro Torinese (TO). 

Dopo 28 anni, Opera al nero - Secondo Atto va in scena il 15 ottobre del 2026 nella Victor Rabbit House.

Attori, il Nero e la Luce. Autore e regista, Stefano Greco.

“In principio era il nero” un buio infinito prima del fatidico big-bang, come ipotizzano le teorie scientifiche. 

Enfant terrible dei colori, il nero, nell’alchimia, rappresenta la fase iniziale della Grande Opera, la Nigredo, opera al nero, che simboleggia la decomposizione, la morte dell’ego e la putrefazione della materia prima per realizzare la pietra filosofale.

Da decenni Stefano Greco, attento cultore di mitologie e di scienze dell’occulto, svolge una ricerca, intesa come metodo di indagine creativa-cognitiva che verte sul concetto di alterità, delle interazioni tra u-mano e 

U-mano-ide, e, della dialettica natura-cultura, trasferendone il significato verso postulati metafisici. 

Gli egizi rappresentavano gli dèi con corpi umani e teste di animali, credendo che il corpo umano esprimeva razionalità e ordine, mentre la testa di un animale simboleggiava l’essenza soprannaturale, i poteri e i comportamenti di quelle divinità; il Nostro, nell’opera Mutazione A, (2000) su un inquietante fusto di uomo che sta, che emerge o affonda in una materia spessa-nerastra, pone al posto della testa, una mano sinistra. 

Le mani sono “la finestra della mente”, per dirla con Kant, poiché svelano le emozioni più profonde ed aiutano a organizzare e potenziare il pensiero. E la mano sinistra, storicamente sappiamo associata all’inconscio, all’intuitività e alla sfera affettiva; inoltre, nella filosofia orientale rappresenta lo Yin e nel misticismo e nella magia, simboleggia l’individualismo, la liberazione dai dogmi tradizionali e l’affermazione del proprio io: è la riflessione sul futuro della società e anche, e soprattutto, sul poter continuare a foggiare creatività in senso lato ovvero eventuali espressioni e, o, proposizioni architettoniche.

La gestualità della mano è, infine, l’istantanea delle capacità fabbrili e de l’“Évolution créatrice” di bergsoniana memoria.

L’icona dell’esposizione è il “portale” nomato La casa dell’Alchimista (2025). L’opera mostra forme e formelle variegate, razionali e irrazionali e uno strano labirinto del quale il pittore pare voglia svelare l’entrata e l’uscita e suggerirne il percorso. 

L’artista, attratto dalle allusioni e dai simboli del tempo, dalle metafore e dalle consonanze della natura, espone il Secondo Atto dell’Opera al nero che avvampa, allaga e seduce come uno specchio vuoto in cui rivanghi, cenci, istanze e pulsioni del vissuto e del sognato, in un gioco di ripetizioni, inabissano fino al buio dell’inconscio. 

La prevalente pratica di Stefano Greco, artefice di meraviglie, figurare i manufatti su un fondo nero, tende all’azzeramento e diventa la condizione, in qualche modo, per definire la sua sintassi iconografica e la maestria metodologica e architettonica, qualità che bene conoscevamo, si sono ancor più raffinate. 

Nella loro economia gli stilemi sono pochi e benché vengano esposti con una consistenza grafico-formale di minimo ingombro, sporgono quali aggetti e, o, a volte, ‘bucando’ il supporto; innestano una spinta creativa che oltre alla declinazione cromatica, assumono, anche, un costrutto bidimensionale che occupa tout court la scena.

In questo, Greco non si discosta molto dalla poetica Zen nella serie delle opere esposte in cui il planning del nero e del vuoto coglie nella sua identità sostanziale il senso del ‘fare’ che esprime l’enfasi della spiritualità e delle emozioni, tradotta in un modo fascinoso nel dittico Eclissi-materia oscura del 2025 che sfida l’arte nel senso di una certa ritrosia alle estetiche accreditate e l’aura luminescente celebra una stasi metafisica, magica esperienza che rapisce e incanta e sèguita lo stupore in Genesi della materia (2024): a mò di fondo, si palesano minuzie labirintiche e al centro prorompe un coacervo di bianchi, rossi, blu e gialli che sono, non altro, le fasi della Grande Opera. 

E poi, su un ipotetico quadrante in Dal tramonto all’alba (2025), nugoli, corpuscoli, frantumi tinti, lamine auree e memorie indistinte di un tempo oscuro paiono orbitare motu proprio intorno ad un astro appena accennato e in Missing time (2025), oscurati da un cumulonembo, quasi nero bruno, con sfumature dal verde al giallo opaco, traspare l’intento di occultare un sole giallo. 

L’Iniziato aspirante alla funzione di Alchimista intraprende una liturgia della tradizione ermetica e iniziatica che tramanda l’arte volta al cambiamento della parte più profonda e intima, generalmente oscura e greve, perché ‘impura’, in una, brillante e nobile come l’oro, finalizzata al compimento delle virtù, definita nell’accezione esoterica trasmutazione. 

L’opera, epifania ed essenza, si articola in grovigli e in tracce e in sentieri e in simboli e in difficoltà e in pulsioni: un filo di Arianna che conduce all’agognata meta, ma per raggiungerla richiede un’attività purificatrice delle qualità interiori fino alla perfezione spirituale e alla realizzazione del sé attraverso un Solve et coagula (2025), figurato in un grumo e colature. La parvenza visiva, quasi palpabile, descrive la metamorfosi della materia sia fisica che spirituale per poi ricomporsi in una forma più pura e stabile, metafora del principio universale funzionale alla conoscenza, ma anche, alla evoluzione. 

Il fondo blu di Trasmutazione e Solve et coagula, opere entrambe del 2025, costituisce un nesso casuale da sembrare una sorta di anta della materia ed evoca la tristezza che emerge dalla disperazione nel suo procedere verso la riflessione: una sensazione di freddo, di ombre, di un tentativo di ricerca -vana?- dell’anima che sgomenta. 

Infine ‘perle rare’ nove Mantra (2017) si mostrano in una minuscola wunderkammer che non vengono solo ‘recitati’: spesso è sufficiente ‘ascoltarli’ per godere di tutte le loro benefiche proprietà. 

Il colore-non colore, dunque, per l’artista non ha, soltanto, il significato di gioia e amore per la vita, ma anche di rabbia e denuncia della situazione del malessere esistenziale, individuale, sociale e politico.

Così le composizioni di Stefano Greco si investono simultaneamente, di un duplice ruolo: valgono come mediatori di significati e risonanze interiori, ma si configurano, altresì, come oggetti in sé, dotati di plasticità, per il tramite di nuovi materiali da plasmare, non più in vista di una trama comunicativa personale, cioè di un messaggio-conduttore univoco, bensì verso una pluralità e un’apertura espressiva, capaci di fornire tante immagini significabili quante siano le offerte interpretative degli spettatori. Un brano, pertanto, può diventare città, astro, oggetto, materia, dio, chimera, poesia, aria, acqua, terra, fuoco…

Ça suffit: è quanto basta all’anima!


 

Mario D’Amato